L’atmosfera
come laboratorio di ottica
di Michael Berry
Per gli astronomi l’atmosfera terrestre è una gran seccatura. La luce proveniente dagli oggetti celesti, dopo essere passata attraverso turbolenti strati d’aria forma immagini poco nitide al telescopio. Si perdono così preziosi dettagli; dettagli che teoricamente sono risolvibili dallo strumento stesso. Tuttavia l’atmosfera è responsabile di una vasta serie di meravigliosi e talvolta straordinari fenomeni, che tuttora giocano un ruolo importante nello sviluppo dell’ottica. Non è esagerato dire che il cielo costituisce un immenso laboratorio nel quale si possono osservare, dipinti dalla luce, tutti quei fenomeni che raggi ed onde producono: rifrazione, riflessione, focalizzazione, dispersione, polarizzazione, interferenza, diffrazione, assorbimento, diffusione, risonanza …
Iniziamo la rassegna di questi fenomeni ottico-meteorologici con l’arcobaleno che, come Francis Bacon puntualizzò, “si manifesta nel cielo quando l’aria è satura di gocce d’acqua”. La corretta interpretazione della comparsa di questi enormi archi colorati fu data da Cartesio nel 1637. I raggi di luce provenienti dal Sole nell’attraversare una goccia d’acqua di forma sferica (fig.1) subiscono fenomeni di rifrazione e riflessione per cui riemergono da essa in determinate direzioni. In effetti i raggi luminosi emessi da ciascuna gocciolina sono distribuiti in un cono (fig.2) e guardando in direzione opposta al Sole possiamo vedere, intensamente illuminate, tutte quelle goccioline i cui coni si trovano sulla linea di vista dei nostri occhi. Inoltre a causa del fenomeno della dispersione la luce bianca dei raggi solari viene scomposta nei suoi componenti, e poiché, la luce rossa viene rifratta meno di quella blu si osserva, allora, una serie di archi colorati, ciascuno corrispondente ad n colore dello spettro ottico. In conclusione l’arcobaleno è un effetto puramente geometrico che richiede per la sua interpretazione solo la teoria geometrica della luce, mentre la natura ondulatoria dà luogo solo a tenui effetti di interferenza che sono comunque di scarsa rilevanza. Qualche volta la Luna può formare l’arcobaleno. In questo caso però il nostro occhio, a causa dell’estrema debolezza dell’immagine, non è in grado di separare i diversi colori e l’arcobaleno appare lattiginoso.
Fig 1: Focalizzazione angolare di raggi che hanno subito un processo di rifrazione, riflessione e ancora rifrazione da parte di una gocciolina d'acqua. I raggi riflessi dalla superfice esterna della goccia o che subiscono due volte la rifrazione denza la riflessione, non vengono focalizzati e quindi non contribuiscono alla formazione dell'arcobaleno. I raggi invece che subiscono due riflessioni interne (disegno piccolo) focalizzano dando luogo ad un arcobaleno secondario.
Fig 2: I raggi focalizzati si distribuiscono secondo coni i cui vertici sono situati nelle goccioline d'acqua le quali, a loro volta, sono disposte su di un cono di vertice coincidente con l'occhio dell'osservatore e di semiapertura di 42°. L'arcobaleno è proprio questo cono visto dal vertice del cono stesso. Ciascun osservatore ha il proprio cono, formato da differenti gocce luminose, e quindi vede un proprio arcobaleno.
Se invece di goccioline d'acqua nell'aria sono presenti cristalli di ghiaccio allora la rifrazione attraverso essi della luce solare o di quella lunare può formare dei giganteschi aloni. Infatti i cristalli di ghiaccio schematizzati in figura 3a sotto forma di sottili aghi a base esagonale o di piccole lamelle, sempre a base esagonale, rifrangono la maggior parte della luce lungo due direzioni privilegiate (fig 3b) le quali formano un'angolo di 22° o di 46° con la direzione primaria. In questo modo si formano due aloni (fig 3c) che circondano o il Sole o la Luna visibili spesso nelle giornate fredde e nebbiose. Oltre a questi aloni i cristalli di ghiaccio possono dar luogo alla formazione di molti altri effetti dovuti a fenomeni di orientazione selettiva e di riflessione sulle facce orizzontali e verticali. Questi sono sintetizzati nello schema di figura 4.
Fig 4: In questo diagramma della sfera celeste sono schematizzati i principali fenomeni ottici cui danno luogo i cristalli di ghiaccio. La rifrazione attraverso gli spigoli formanti angoli di 120° e 90° producono gli aloni a 22° e 46°. Se i cristalli sono orientati selettivamente, alcuni punti degli aloni sono particolarmente luminosi e generano un parelio. La riflessione sulle facce quasi orizzontali dei cristalli a forma di lamina causa le brillanti colonne di luce disposte verticalmente, mentre quelle sulle facce verticali origina il cerchio parelico.
L'alone a 22°, il cerchio parelico e il parelio. (Foto di R. G. Dakberg. Devon Island nell'artico).
Qualche volta durante una passeggiata in montagna, in particolari condizioni atmosferiche, è possibile osservare intorno alla propria ombra proiettata dai raggi solari su una nube un alone luminoso circondato da una serie di anelli diffusi e colorati di raggio angolare di pochi gradi; questo splendido effetto è la gloria.Lo stesso fenomeno è spesso visibile quando si osservi l'ombra dell'aereo sul quale si vola che si proietta sulle nubi circostanti. Il primo a descrivere la gloria fu l'esploratore portoghese Ulloa nel 1735, che la osservò durante un'escursione sul Monte Pambarca in Perù, ma solo nel 1969 il fisico brasiliano Nussenzveig è stato in grado di spiegarla completamente. La gloria si forma dalla focalizzazione dei raggi solari deflessi all'indietro dalle goccioline d'acqua della nube (fig 5). Le leggi ordinarie della rifrazione e riflessione non sono però sufficienti per spiegare questa deflessione all'indietro, ma è necessario introdurre le onde striscianti che si formano sulla superficie della goccia d'acqua (fig 6). Solo per piccole gocce (raggio minore di 0,2 mm) le onde striscianti hanno n'intensità sufficiente per produrre una forte localizzazione e questo spiega perchè la gloria può essere vista solo quando sono presenti nubi o nebbie, ma non quando piove. La teoria delle onde striscianti (che spiega anche la formazione degli anelli della gloria) implica un formalismo matematico originariamente sviluppato da Tullio Regge per descrivere i fenomeni di diffusione delle particelle elementari!
Fig 5: Meccanismo di formazione della gloria. I raggi luminosi proiettano l'ombra dell'osservatore su una nube. Le goccioline d'acqua situate nelle immediate vicinanze dell'ombra riflettono all'indietro la luce, verso l'osservatore stesso, cncentrandola lungo una linea focale.
Fig 6: La deflessione all'interno richiede, oltre alla rifrazione e riflessione, l'introduzione delle onde striscianti che si muovono sulla superficie della gocciolina.
Tutti noi conosciamo la scintillazione della luce stellare. Le fluttuazioni
dell'intensità luminosa sono provocate da processi di rifrazione
casati dalla turbolenza dell'aria. Si formano pertanto delle irregolarità
il cui comportamento è assimilabile a quello di deboli lenti che
concentrano o sparpagliano in modo del tutto casuale i raggi luminosi che
colpiscono l'occhio dell'osservatore. La luce proveniente da stelle basse
sull'orizzonte deve attraversare uno strato di atmosfera molto più
spesso di quanto proviene da stelle prossime allo zenit. La
rifrazione che ne deriva è spesso sufficientemente forte da focalizzare
la luce su superfici; quando tale focalizzazione avviene proprio in coincidenza
dell'occhi si osserva un brusco aumento di splendore della stella e la
scintillazione si accentua. Le superfici focali non possono essere viste
direttamente, ma è invece possibile osservare al telescopio le loro
inserzioni. Esse infatti formano un reticolo luminoso che si sovrappone
all'immagine sfocata di una stella osservata con forte ingrandimento. Un
fenomeno analogo è la rifrazione della luce solare attraverso superfici
d'acqua irregolarmente increspate quali, ad esempio, quelle delle piscine.
In questo caso le superfici focali possono essere osservate là
dove esse intersecano il fondo della piscina sotto forma di linee luminose
"danzanti". Lo studio dettagliato delle figure formate da questo tipo di
focalizzazione, che tra l'altro ha portato alla definizione di un metodo
di calcolo dell'intensità della scintillazione stellare, è
tuttora un argomento di ricerca che si avvale di nuove tecniche matematiche
(la cosiddetta "teoria della catastrofe" di topologia differenziale).
In tutti i fenomeni fin qui descritti le leggi dell'ottica geometrica sono
in grado di fornire almeno la base per una spiegazione teorica; vogliamo
ora invece prendere in esame quegli effetti che dipendono dalla natura
ondulatoria della luce; i raggi luminosi sono infatti radiazioni elettromagnetiche
di lunghezza d'onda compresa tra 4x10 alla meno 7m (violetto) e 8 x10 alla
meno 7m (rosso).
Il
primo fenomeno che vogliamo esaminare è la corona; essa si
manifesta sotto forma di uno o più anelli diffusi, di raggio di
alcuni gradi (quindi molto più piccolo di quello degli aloni descritti
qui sopra) che circondano la Luna quando questa è velata da foschia
o da nubi sottili di alta quota. La corona è causata dalle minuscole
goccioline d'acqua delle nebbie o dai cristalli di ghiaccio di dimensione
minore di 0,02 mm. Per particelle così piccole è necessario
tenere conto dell'interferenza che avviene tra le piccole onde diffuse
(fig 7). All'aumentare dell'angolo sotto il quale è vista la Luna,
la differenza di cammino delle onde che giungono all'occhio e che provengono
da parti opposte della superficie di una particella, aumenta; dapprima
esse interferiscono costruttivamente, poi distruttivamente e così
via, dando luogo ad una serie di anelli chiari e scuri. Per particelle
di raggio a ,il
raggio angolare q del
primo anello scuro è approssimativamente q=l/2
radianti,
dove l
è
la lunghezza d'onda della luce. Dalle misure dell'angolo q
è allora possibile ricavare le dimensioni della particella: a=mm0,015/q,
dove
q è misurato
in gradi.
Fig 7.Meccanismo di formazione della corona. Ogni parte di una piccola goccia d'acqua illuminata dalla Luna emette in tutte le direzioni onde elementari che si combinano nel punto d'osservazione. A seconda della posizione in cui si trova l'occhio dell'osservatore si avrà interferenza costruttiva (A e C) o distruttiva (B). Nel primo caso la goccia appare luminosa, nel secondo c'è oscurità. Se poi le gocce d'acqua hanno tutte circa la stessa dimensione, la luce appare circondata da una serie di anelli chiari e scuri causati da questi effetti di interferenza.
L'azzurro del cielo è
causato dalla diffusione dei raggi solari da parte delle molecole che compongono
l'aria. Tali molecole, avendo un diametro di appena 5x10 alla meno 10 m
(quindi molto più piccolo della lunghezza d'onda della luce stessa),
quando vengono colpite da un raggio solare lo diffondono in tutte le direzioni,
esattamente come avviene sulla superficie dell'acqua quando un'onda colpisce
un oggetto appena affiorante, da cui poi si irradia una serie di onde circolari.
Il processo di diffusione dipende anche dalla lunghezza d'onda della radiazione
incidente: è massimo per piccole lunghezze d'onda e minimo per quelle
grandi. Già nel secolo scorso il fisico inglese Rayleigh aveva calcolato
che l'intensità della radiazione è inversamente proporzionale
alla quarta potenza della lunghezza d'onda, cosicché la luce rossa
è diffusa 16 volte meno di quella blu. In effetti, viene diffusa
soltanto la luce blu e proprio per questo il cielo appare azzurro nelle
zone lontane dal Sole. All'alba e al tramonto, quando la luce solare attraversa
tangenzialmente un notevole spessore di atmosfera, praticamente tutta la
luce blu viene diffusa e perciò il Sole appare rosso.
L'atmosfera terrestre, oltre a produrre la "diffusione di Rayleigh" della
luce blu, si comporta anche come una gigantesca lente il cui effetto è
quello di deviare di circa mezzo grado i raggi con incidenza radente alla
superficie terrestre verso le regioni in cui l'aria è più
densa. Durante questo processo di rifrazione il fenomeno della dispersione
separa inoltre la luce rossa da quella blu di circa 10". Questi tre fenomeni
(diffusione, rifrazione e dispersione), se combinati insieme, danno luogo
al raggio verde osservabile qualche volta quando il Sole tramonta
in mare. Supponiamo per semplicità, che i raggi solari siano formati
da luce blu, verde e rossa. La luce blu viene eliminata per diffusione;
quella rossa invece viene rifratta meno di quella verde. Di conseguenza
l'immagine rossa del Sole tramonta prima, lasciando visibile, solo per
pochi attimi, gli ultimi raggi dell'immagine verde anch'essa ormai tramontante.
Fig 8. Meccanismo di formazione del raggio verde. La componente blu della luce solare è eliminata per diffusione mentre la rifrazione separa la luce rossa da quella verde. A causa poi della dispersione, il Sole verde è leggermente più alto sull'orizzonte del Sole rosso e quindi rimane visibile per alcuni istanti dopo che esso è tramontato.
Tutti questi fenomeni contribuiscono poi alla colorazione ramata della
Luna durante le eclissi totali. Nonostante la Luna si trovi nell'ombra
geometrica della Terra, è tuttavia possibile che essa sia illuminata
dalla luce solare rifratta dall'atmosfera terrestre. Per strana coincidenza
la lunghezza focale della "lente atmosferica" (circa 300.000 Km.) è
tale da concentrare la maggior parte di questa luce proprio sulla superficie
lunare. La colorazione ramata dipende dal fatto che la Luna da luce che
ha perso per diffusione la componente blu, come descritto più sopra
a proposito del colore rosso del Sole alla levata ed al tramonto. Se poi
un osservatore si trovasse sulla superficie lunare potrebbe ammirare il
raggio verde che si forma quando il sole scompare e riappare dietro il
bordo del disco terrestre durante le fasi di entrata e di uscita dall'eclisse
della Luna.
A questo punto dovrebbe essere chiaro che l'ottica meteorologica riserva
molte gradevoli sorprese allo studente di astronomia; sorprese che per
altro si evidenziano proprio quando le condizioni atmosferiche rendono
impossibili le osservazioni astronomiche. Molti fenomeni, tuttavia, ancor
oggi non sono del tutto chiari (ad esempio alcuni rari tipi di aloni);
ad essi forse nel passato erano associati significati religiosi o più
semplicemente vengono chiamati UFO ...
Ad
ogni modo il fatto più significativo è, forse, che i giochi
di luce nell'atmosfera illustrano pienamente tutte le leggi dell'ottica,
senza la necessità di dover ricorrere a particolari e raffinate
strutture di laboratorio, rendendo così questa scienza alla portata
di tutti.
Tratto dal mensile L'Astronomia, numero 5 del 1980.